Mar. Mar 5th, 2024
Paradigma Imperfetto di Ambra Mattioli

Storia di un Universo Periferico

Nell’articolo dedicato a Ambra Mattioli ovvero “la Donna che cadde sulla Terra” (se lo avete perso lo potete leggere qui) ho riportato i primi paragrafi del suo racconto “Simbionte” che fa parte della raccolta “Paradigma Imperfetto, storie di universi periferici”.

In molti mi avete scritto per sapere come andasse a finire. Vi accontento riportando il racconto per intero, però vi invito a leggere tutto il libro perchè contiene molti altri racconti piacevolissimi.

Prima di lasciarvi alla sua lettura però, vorrei che vi soffermaste sul significato di questo racconto e mi farebbe molto piacere raccogliere le vostre impressioni e, perchè no? trarre dai vostri interventi lo spunto per dar vita ad uno scambio di vedute con l’Autrice stessa.

Perciò vi invito a commentare numerosi, per poter realizzare lo scopo di questa rubrica: coinvolgervi attivamente nella vita di Arcipelago Canarie.

Grazie anticipatamente e lunga vita e prosperità

Giampiero Sorce

Simbionte

Un racconto di Ambra Mattioli

Corro.

Corro come il vento per un vicolo che a ogni giravolta si dirama in strettoie più anguste. Ai fianchi ci sono lunghi muri perimetrali intervallati da porte e finestre sprangate. Questo posto pare una località turistica, forse un villaggio di vacanze, almeno a giudicare dalle pitture sgargianti delle case.

Ma i muri che costeggiano entrambi i lati del viottolo si ripiegano su di me fin quasi a soffocarmi. Da quanto sto correndo… e soprattutto, dove vado?

La mia corsa frenetica non rallenta.

 Ora il terreno diventa molle. Calpesto dell’erba, forse del fango limaccioso? Salto su un suolo apparentemente più duro e il contatto con la superficie solida mi infonde fiducia. La mia corsa frenetica non rallenta. Correndo provo ad aprire una porta, un cancello. Picchio su ogni uscio giusto per saggiarne la resistenza, ma poi sfreccio via veloce, oltre. Ma una porta alfine cede.

Faccio irruzione. Scavalco una sedia, un tavolo. Oltrepasso la camera da letto. Senza indugio, afferro dei vestiti ripiegati sul comò e un lungo brivido mi trapassa da parte a parte. Ho freddo? Realizzo solo ora che sono completamente nudo. Veloce, indosso la maglia. Ma come diavolo è successo? Afferro anche un giaccone appeso nel corridoio subito prima dell’uscita e mi precipito fuori.

Attraverso un giardino. Oltre la recinzione il percorso curva a gomito e poco dopo mi inserisco in un altro vicolo rovente. Il sole è allo zenith; lo so perché il mio corpo fagocita la mia stessa ombra. La strada ora è perfettamente diritta, non curva da nessuna parte, priva di varchi laterali. Da entrambe le direzioni non scorgo la fine e decido in un attimo. Svolto a destra! e sfreccio via.

Volto la testa appena al di sopra della spalla: solo una rapida occhiata ma ora so che quella di correre è stata la scelta giusta perché lui è sempre a un passo da me, ed è veloce. Non ricordo chi sia il mio inseguitore, so che è abile… io dovrò esserlo di più!

   Il vicolo curva dolcemente e si allarga. Diviene una piazzetta squadrata dalla quale si dipartono altre viuzze con abitazioni di pietra scura, i cui lati salgono verso il cielo. Ma ora anche il cielo diviene scuro e non vedo più i tetti e non distinguo nemmeno le finestre al primo piano. Sfondo a calci la prima porta che ritengo possa cedere e attraverso veloce l’androne.

Sono ancora solo ma avverto attorno a me altre “corse” ma sono solo ombre tenui, inconsistenti. Ed io posso correre! Respiro a pieni polmoni e non temo la fatica. Passo attraverso un atrio, un chiostro, un elegante vestibolo di una sala da bagno.

Accedo in uno spazio termale. Il vapore dell’acqua dalle vasche solleva effluvi di zolfo che penetrano le mie narici assieme al profumo intenso di cere e incensi che addensano l’aria. Rievoco col pensiero la nostalgia di una donna, ma quel suo profumo svanisce prima che riesca a ricordarne il nome. Passo oltre.

Supero le terme, dal colonnato adorno di gerani e di lilla e sto ancora correndo su una stradina in discesa piena di svolte, diramazioni, di falsi ingressi. Poi vedo una casa e penso subito, è il posto in cui potrei fermarmi. L’ambiente è rassicurante. Le porte sono tinteggiate allegramente e le pareti esterne hanno chi i colori del cielo, chi del tramonto, chi del mare, chi della gioventù beata.

Attraverso di corsa un giardino in penombra. Tutte le case che vi si affacciano sono coloratissime e da ogni lato si aprono viuzze altrettanto festose, ma sono troppe e mi vengono a noia. Mentre corro, non riesco a ricordare se ero felice là da dove provenivo né se riuscirò a esserlo nel posto in cui sto andando.

Mi inoltro per uno di questi vicoli scelto a caso e sfondo il primo ingresso che trovo. Butto via scarpe e pantaloni, ma poi mi defilo di nuovo e corro, corro…veloce, da una stanza all’altra che profuma di lavanda. Salto dalla finestra sul retro lasciata incustodita, scivolando sulle tende bianche in stile provenzale e… precipito in un cunicolo.

Non mi posso fermare. Non c’è mai stato un giorno… e corro. A sinistra si apre un nuovo percorso. Sono attratto non da un odore ma da un suono, a cui non posso sottrarmi. C’è un ampio locale in penombra, dentro c’è un pianoforte che piange note struggenti, un chiaro di luna smarrito. Ma non posso fermarmi a ricordare.

Dovrò correre ancora più veloce

Dovrò correre ancora più veloce. E c’è un lungo glissando che mi pervade: stavolta è un suono di chitarra. Ne sento il richiamo struggente e oltrepasso la porta da cui proviene quel lungo lamento. Attraverso la sala e salto sul palco ingombro di cavi elettrici e fogli di carta musica abbandonati a terra. Inciampo nell’asta di un microfono.

Non c’è più nulla, nessuno; solo tanfo di sudore, echi di imprecazioni, di un rabbioso appagamento. Lancio il mio grido di guerra. Corro oltre. Raccatto le scarpe da ballo, il giubbotto antiproiettile, le mie tonache, tutte le mie maschere.

Mi volto solo un secondo e già non ho più niente tra le mani e non lo vedo ancora, non so chi mi insegue… se ancora m’insegue. Salto oltre la voragine di un pozzo non prima di aver ceduto alle lusinghe dell’allibratore e di avergli consegnato un prezzo esorbitante per garantirmi l’uscita.

Ma il tunnel buio non è altro che un pozzo, angusto ma …c’è una luce sul fondo. La vedo! Sbuco attraverso una crepa sanguinante del muro e riprendo la corsa fino a che non fuoriesco dal Santa Sanctorum al centro di una chiesa.

Sono fortunato. Né dio né i suoi fedeli mi hanno notato. Finora sono riuscito a schivare tutti, perché sono stato il più veloce e la penombra mi ha sicuramente favorito. A quest’ora sono tutti riuniti in preghiera o davanti al TV e forse… sono ancora in tempo per eluderlo.

Indosso la divisa. Appunto sulla spalla medaglie e gradi e scarico tutto il nastro della mia 12.7 millimetri a canna rotante direttamente al destinatario. Il cavallo dei pantaloni lancia il suo nitrito e io corro, come un treno nella notte, da Malkuth fino a Kether e a ogni passo spunto un seme del rosario che stringo tra le mani. Veloce. Attento.

Mi giro e lo sento. È di nuovo qui. Non so come ma mi ha scovato di nuovo. Quindi non ho altra scelta: devo correre … di più! Devo confonderlo. Devo costringerlo a desistere dalla sua indagine. Non devo permettergli di ritenermi così importante. Deve pensare che io sia uno sciocco, come quella volta che scordai di fare il pieno e restai a secco nel mezzo del deserto.

Stavolta però ho una maschera sul viso a proteggermi, e sono anche certo che di qui non sono mai passato. Non riconosco le arcate e non so nulla del continente che mi ospita né del millennio che sto attraversando, ma qui le donne sono colorate e profumano di mirra e spezie.

  Il suo letto era comodo e lei mi fece star bene. Mi dette un figlio maschio, sano, bellissimo, che la guerra mi strappò dalle mani pochi anni dopo. E la donna disse che niente altro avrebbe avuto importanza, che ogni futuro le sarebbe stato indifferente oramai, che avrebbe contato i giorni che le restavano della sua corsa.

Ma io ero un uomo non potevo arrendermi così facilmente.

Ma io ero un uomo non potevo arrendermi così facilmente. Fu allora che cominciai a correre, senza rimedio, senza antidoto e ancora corro, nonostante il loculo di marmo abbia un’apertura dolente. Non posso superare il Mare dei Sargassi, e mi sento smarrito senza quel dannato full d’assi… e non so stare sui miei passi. Ah… se solo sapessi!

Mi insegue. Che faccia pure! Prima o poi tutti devono trovare una via che li conduca fuori da qui. Il muro di marmo è solido solo nei sogni, nella vita reale è sempre di gomma e puoi rimbalzarci agevolmente contro. Non c’è mai una sola fine sconfinata e non un’unica morale, Non mi fermerò a rimirare da che parte la facciata sembri più bella.

Non ricordo più quello che ho sacrificato e nemmeno m’importa; solo nei sogni posso fermarmi ad annusare il suo profumo di donna e di madre. In questa vita corro, corro e corro per arrivare a sfiorare le altre vite veloci che scorrono laterali alla mia, ai margini della mia percezione.

E se per caso un giorno trovassi una porta socchiusa e una donna, che mi chiedesse di fermarmi… ebbene, io correrò ancora più forte… per rassicurarmi, senza fine.

A noi poveri cristi, che altro è dato di fare?

Ambra Mattioli

Commentate!

Se siete arrivati fin qui vuol dire che il racconto vi è piaciuto o, perlomeno, vi ha appassionato al punto di voler sapere dove andasse a parare. E allora che aspettate? commentate e dite cosa ne pensate. Ambra Mattioli sarà felicissima di rispondere alle vostre domande e alle vostre recensioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *