Mer. Feb 21st, 2024
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Sono ormai due anni che lavoro come cameriera nel Sud di Gran Canaria, precisamente a Meloneras, ancor più precisamente al Cafè del Mar, uno dei locali più iconici e prestigiosi per movida notturna nell’isola.

La scelta di lavorare nell’ambito della ristorazione è stata dettata da vari motivi che non starò ad elencare, ma sono sicura che a quasi tutti nella vita sia capitata l’incredibile, disumana e indescrivibile esperienza di fare il cameriere. 

Perché si, diciamocelo, quanti di noi non si sono ritrovati a districarsi tra clienti esigenti, cuochi inferociti e maitre di sala spietati solo per mettere da parte qualche soldo durante gli studi, o per fare una nuova esperienza, magari all’estero, o per pura e semplice passione.

Di questo settore, sono tantissime le cose di cui si potrebbe scrivere, dal senso di amicizia che nasce tra i colleghi a i contratti più o meno giusti che lo normano, ma io voglio parlare di loro: dei clienti.  

Io credo che chi lavori per anni come cameriere si meriti per diritto un attestato come psicologo sociale. Perché pur aver studiato sociologia all’Università, posso affermare che interagire ogni giorno con centinaia di turisti affamati mi abbia dato la possibilità di conoscere le infinite sfaccettature del genere umano, che si possono catalogare in due principali blocchi: chi passa il piatto al cameriere e chi no.  

Tipologie di clienti…

Chi passa il piatto al cameriere è lo stesso genere di persona che mi saluta quando mi avvicino al tavolo per prendere l’ordinazione e che mi ringrazia per qualsiasi cosa, dal servire l’acqua al ritirare una posata. Sono le stesse persone che ti lasciano la mancia, non importa quanto, non importa se il servizio sia stato lento o non perfetto. Sono quelle che in genere sgridano i figli se sporcano in giro e che quando si alzano per andarsene, ti sorridono ringraziandoti con lo sguardo.  

Ora, io ho la fortuna (e sfortuna) di lavorare in uno di quei ristoranti considerati “chic”, dove ci si aspetta che la clientela sia di un certo livello, dove molto spesso la gente va solamente per darsi un tono più che per godersi un buon cocktail in compagnia.

Eppure posso assicurare che è proprio qui che ho conosciuto la categoria di clienti peggiori, quelli che qui in Spagna chiamiamo “ratas”.

I clienti ‘ratas’…

Ricordo ancora quella volta quando senza farlo apposta portai ad un tavolo un conto sbagliato. Il cliente, un signore in vacanza sulla sessantina, me lo fece notare e chiedendo scusa gli portai il suo, che aveva un totale molto più basso del primo. Per farla breve il cliente mi disse che era più che deciso a non pagare. Inizialmente in maniera pacifica, tanto che pensavo scherzasse, per poi arrivare ad alzare sempre più il volume della voce, fino a fischiarmi come si fa con i cani dicendomi che non avrebbe pagato un solo centesimo. Il tutto perché avevo sbagliato a portargli il conto. La storia è proseguita con lui che alla fine minacciava di recensirci con una stella su TripAdvisor e di condividere quella vicenda con i suoi 3 milioni di follower.  

I clienti molto spesso pretendono di essere serviti e riveriti, soprattutto quelli che vengono al ristorante dove lavoro una volta ogni tanto perché al di sopra delle loro possibilità economiche, e si aspettano che tu li debba servire come se fossero dei reali.

Le invenzioni dei clienti…

E poi, potrei scrivere interi libri sulle scuse che hanno inventato per non pagare un piatto, (come la signora che quasi a punto di finire la sua bistecca mi disse che non l’avrebbe pagata perché non le era mai arrivata la salsa di accompagnamento) o una bottiglia (una volta a Capodanno una coppia ordinò una bottiglia di Champagne e al momento del conto rimase sbalordita perché pensava che in certi eventi fossero gratuite certe cose, per non citare tutte le volte che si sono lamentati del vino dopo averne bevuti due bicchieri), o di quando ho dovuto rincorrere i clienti che scappavano senza pagare, stile ladro e poliziotto. 

Davvero, molta gente crede che fare la cameriera sia solamente annotare ordinazioni e portare piatti, ma non è solo questo. È cercare di offrire un servizio attraverso i mille ostacoli che solo un ristorante conosce.

Non siamo ‘semplici’ camerieri…

A volte ci sono mille imprevisti a cui far fronte, e bisogna farlo con il sorriso come le ballerine di danza classica a cui sanguinano i piedi e nonostante ciò ce la mettono tutta per muovere all’insù i lati della bocca.  

Le persone mi guardano, e magari vedono una semplice ragazza con un libretto e una penna in mano che sta sorridendo ad un cliente. In realtà sto pensando alla coppia del tavolo 16, che aspetta il secondo da dieci minuti, dio mio perché non arriva? E poi, in tutto questo, lo chef sta comunicando all’auricolare che sono rimasti solo 4 filetti, 5 orate e 3 tagliatelle. Ma nel frattempo sto annotando la cottura dell’hamburger della signora di fronte a me, che ci sta mettendo dai 3 ai 5 minuti per decidere come vuole la carne e che tipo di contorno. Nel mentre mi ricordo che devo portare il pane al tavolo 17, e di sicuro passare al 21 per vedere se hanno deciso il vino.

In tutto questo, ci sarà sempre un cliente che mi chiamerà almeno ogni due o tre minuti per dirmi che la birra è calda, che il coltello non taglia abbastanza, che gli è caduto il tovagliolo e ne ha bisogno di un altro. E allora appena posso mi chiudo in bagno e mi accendo una sigaretta. E nel bagno di fianco al mio di sicuro c’è qualche collega che è venuto a rifugiarsi come me, e così fumiamo la sigaretta sfogandoci e ridendo di loro, dei clienti. 

 Perché poi i turni finiscono, le luci si spengono, e mi piace pensare che per ogni cliente “sanguisuga” che ti succhia l’energia, c’è uno buono che te la restituisce.

…scoppiare a piangere per una tartare…

Come quella volta che durante un servizio piuttosto intenso, scoppiai a piangere perché era finita la tartare di tonno e mi avevano avvisato circa mezz’ora dopo aver preso un ordine proprio con questo piatto.

Diciamo che era una sera piena di clienti e tutti avevano la luna storta, forse pure io, fatto sta che mi prese lo sconforto perché ero stanca di tutto e di tutti, e soprattutto perché non sapevo come avrei detto a quella signora che aspettava da mezz’ora il suo tartare, che non sarebbe mai arrivato. Così mandai la mia collega e andò lei. Ma una volta arrivata al tavolo anche lei scoppiò a piangere (la situazione era davvero drammatica, credetemi) e la signora ci abbracciò. “Is just a tartare”.

È solo un tartare, disse. Quella frase non me la dimenticherò mai, ne feci il mio motto, il mio stile di vita. E così, tutte quelle volte che arriva un cliente un po’ più esigente, un po’ più arrogante, che vuole solo le attenzioni per sé, il miglior trattamento e magari pure lo sconto, e che mi tratta come se fossi una “semplice cameriera” io ricordo a me stessa che lui è un “semplice tartare”.  

Mai come adesso che lo vedo con i miei occhi, ho capito il senso di quella frase che dice

“certa gente è così povera, che tutto ciò che possiede sono solamente soldi”.  

Ovviamente tutti i fatti citati sono reali, ma questo chi ha fatto il cameriere lo sa. E voi? Qualcuno ha avuto a che fare con qualche cliente un po’ particolare? Se si, fatecelo sapere nei commenti. 

Fonte immagine: https://images.app.goo.gl/xHAXZWQvXBvxL13x9

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