Sab. Mar 2nd, 2024

Il disturbo evitante di personalità (DEP) è un disturbo di personalità basato sulla personale certezza del soggetto di essere una persona di poco valore, inadeguato alla vita sociale

Disturbo evitante di personalità: il caso

Un duplice caso di disturbo evitante – All’inizio dell’estate 2022, il signor F.D. ed il sig. G.T. a distanza di due giorni, sono venuti nel mio studio per una consulenza. Essi non si conoscevano affatto e la combinazione consiste nel fatto che, in pratica, mi hanno raccontato storie diverse, ma con lo stesso risultato finale. Tutti e due soffrivano dello stesso disagio psicologico. Entrambi erano arrivati alla convinzione personale di valere poco perché nel lavoro non si consideravano adeguati alle mansioni assegnate. Il primo, un ingegnere di fama internazionale, nelle conferenze che doveva tenere per spiegare il prodotto da lui inventato, mandava sempre il suo aiutante. Aveva il terrore di partecipare alla vita sociale (cocktail, pranzi e cene di lavoro, appuntamenti sociali extra lavoro). Il secondo, un semplice impiegato, non andava mai alle riunioni extra lavoro per il timore di essere criticato. La paura di essere additato come quello che stava facendo un lavoro semplice e che non riusciva a farlo in modo corretto lo bloccava totalmente. Entrambi non volevano essere oggetti di critica e/o disapprovazione.

Per tutta questa serie di motivi evitavano ogni circostanza per rapportarsi con gli altri.

Disturbo evitante di personalità (DEP): nozione

Il disturbo evitante di personalità (DEP) è un disturbo di personalità fondamentalmente basato sulla personale certezza del soggetto di essere una persona di poco valore, inadeguato alla vita sociale non sentendosi in grado di relazionarsi in modo appropriato con il prossimo. Inoltre, sussiste il forte timore di essere oggetto di critiche legate alla disapprovazione degli altri e da questa la relativa esclusione dal gruppo.

Con queste convinzioni e coi relativi timori che ne scaturiscono, fino ad arrivare alla crudele estromissione, il soggetto tende ad avere una vita socialmente ritirata. La conseguenza di tale atteggiamento comporta un’esistenza infelice, senza stimoli che possono dare qualità alla propria vita. Ciò comporta il rischio di perdere il senso profondo della stessa vita, anche per la presenza di sensazioni di vuoto. Il tutto porta a vivere con un malessere generalizzato legato a questo senso di inferiorità che si è venuto a maturare per i motivi detti.

Anche nel campo lavorativo questi soggetti vivono ai limiti, senza mai iniziative, senza mai gettarsi nella mischia.

Hanno pochissimi amici o addirittura nessuno, temono di fare carriera per non essere giudicati dagli altri. La loro particolarità consiste nel desiderio di avere delle relazioni sociali, (amici, partner) dove poter condividere le proprie conoscenze ed i propri valori.

Questi soggetti hanno un elevato grado di inibizione e ritiro sociale. Ciò è dovuto al fatto che ritengono che la valutazione negativa dagli altri nei loro confronti sia un dato di fatto. Preferiscono allora tenersi fuori dalle relazioni, ad eccezione di quelle abituali e rassicuranti (per esempio, con i familiari più stretti), pur desiderando di avere delle vere e sane relazioni sociali.

Trascorrono la loro vita come spettatori della vita altrui, sempre a distanza di sicurezza per non diventare elementi di critica.

Disturbo evitante di personalità (DEP): comportamento

Se costretti a partecipare ad eventi sociali vivono il disagio della sensazione di non essere visti, di non essere considerati, come persone di poco valore.

Queste esperienze rafforzano il loro convincimento di valere poco e di non avere abilità sufficienti a stabilire e mantenere una pur minima relazione. Tale convinzione è motivata dal fatto che essi non si sentono in grado di essere persone attraenti.

L’unica forma di difesa che hanno e che, nella totalità dei casi adottano è l’evitamento, come forma di fuga e come unico comportamento autoprotettivo.

Evitare ciò che provoca malessere, ma questo porta inevitabilmente anche una chiusura a riccio. Questo atteggiamento ha come conseguenza ha anche il risultato negativo di non riuscire a sviluppare in modo adeguato quelle abilità necessarie nelle relazioni.

I loro interessi, allora, si orientano verso attività solitarie (studio, lettura, musica, ecc.). Talvolta si riscontrano soggetti che fanno uso di alcol e sostanze stupefacenti proprio per allontanare qualsiasi forma di malessere e regalarsi momenti di piacere ‘virtuale’. Alle volte è anche possibile che questo stile di vita povera di stimoli, contribuisca all’insorgenza di un quadro depressivo.
Quando riescono a stabilire una relazione, in genere, le persone con DEP tendono ad assumere un atteggiamento sottomesso per il timore di perderla e di ritornare ad essere soli; si attaccano, quindi, con tenacia all’altra persona assecondandola per evitare il rifiuto temuto.

Questa situazione di costrizione, tuttavia, può portare a reazioni di rabbia non sempre controllate.

Non tollerando l’idea di dover vivere il rapporto di coppia come se fosse l’unica via d’uscita possono reagire violentemente. Possono esplodere improvvisamente quando devono affrontare le difficoltà con il proprio partner.

Altri disturbi psicologici con analoghi comportamenti

Dal momento che è possibile riscontrare la presenza di alcune di queste caratteristiche anche in altri disturbi psicologici, è opportuno chiarire alcune distinzioni tra il disturbo evitante di personalità ed altre condizioni che possono sembrare apparentemente simili.

Disturbo evitante secondo i PeanutsIl disturbo evitante di personalità, generalmente, va differenziato dai disturbi d’ansia o dalla depressione, che possono rappresentare fasi transitorie del disturbo legate a diverse circostanze. Questo disturbo va, inoltre, distinto da altre patologie con caratteristiche simili con cui può essere confuso, che sono:

  • il disturbo schizoide di personalità, in cui il soggetto non desidera costruire delle relazioni, ma preferisce la solitudine ed è indifferente all’accettazione o al rifiuto da parte degli altri;
  • la fobia sociale, con cui ha in comune uno stato di attivazione ansiosa, sostenuta da una bassa autostima, che lo porta ad aspettarsi un giudizio negativo da parte degli altri;
  • il disturbo dipendente di personalità (DDP), dove si presume che la persona abbia una paura di essere abbandonato, o non amato, maggiore rispetto all’evitante;
  • il (DNP), in cui ci si aspetta una conferma della propria grandezza dagli altri;
  • il disturbo narcisistico di personalità (DNP), in cui ci si aspetta una conferma della propria grandezza dagli altri;
  • il disturbo paranoideo di personalità (DPP), che condivide con il paziente evitante la difficoltà a leggere le intenzioni altrui, che vengono interpretate a partire dal proprio punto di vista.

Il consiglio del psicoterapeuta

Per combattere questa patologia ed eliminare i suoi ceppi generanti è necessario rivolgersi a persone competenti che possano fare una diagnosi seria ed accurata.

Per una corretta diagnosi di disturbo evitante di personalità, i test psicodiagnostici possono essere un valido strumento. Tra quelli più utilizzati ci sono l’MMPI-2 e la a SCID-5-PD.

Poiché gli individui con tale disturbo sono molto protettivi con se stessi e vivono nella paura dell’umiliazione e del rifiuto, spesso non cercano un aiuto immediato. 

Il trattamento più comunemente raccomandato, che insegna al paziente le tecniche per cambiare sia i modelli di pensiero che quelli di comportamento, è la terapia cognitivo-comportamentale (CBT). 

La CBT impiega tecniche simili a quelle usate per trattare il disturbo d’ansia sociale, poiché le due condizioni hanno molti sintomi sovrapposti.

Oltre alla CBT, anche la terapia psicodinamica/psicoanalitica, che mira a raggiungere i pensieri e le convinzioni inconsce di una persona, può essere particolarmente utile per tale disturbo.

Per la relativa cura di tale disturbo esistono anche altre metodologie. Sarà il psicoterapeuta, comunque, che deciderà il percorso da adottare per la soluzione del problema una volta analizzato il paziente.

Qualora il lettore ritenesse utile un colloquio o inviare un quesito, potrà contattarmi attraverso la redazione o per via telefonica (+39 – 393 183 8610) o tramite posta elettronica: (francescaromanad@icloud.com).

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