care economy

Dalla nostra finestra aperta sul mondo vediamo spesso passare anziane persone che, con lo zaino del nipotino su un braccio e la manina stretta nell’altra, procedono verso la loro meta, e poco importa se ogni tanto una leggera zoppìa ne intralcia il cammino.

Questa scena si ripete giornalmente e in moltissime parti del mondo.

La pandemia di COVID-19 ha messo in luce come decenni di mancati investimenti nella sanità pubblica, e nei sistemi di assistenza ai cittadini, dall’infanzia alla vecchiaia, abbiano gravemente compromesso l’offerta, la qualità, l’accessibilità e la sicurezza dei servizi sanitari e di assistenza.

Situazione comune in molti paesi europei ed extraeuropei.

Inoltre, aggiungendo danno al danno, la mancanza di sostegno del sistema pubblico ha agevolato lo sviluppo del settore della cura in modo privatistico, malgrado i servizi offerti siano di bassa o media qualità, onerosi e a completo carico delle famiglie.

Problema comune nel mondo sembra essere la mancata consapevolezza di molti governi a considerare conveniente la spesa per l’istruzione, la sanità e i servizi di assistenza sociale nonostante i benefici indiscutibili che ne derivano per la società e l’intera economia (no care economy appunto! ndr)

Meglio lasciare la cura dei propri cittadini ai privati che utilizzano personale non sempre adeguatamente formate e professionali, in strutture poco dignitose.

Da un’indagine fatta dai sindacati risulta che in alcuni paesi le lobby tra governi e società private di servizi di assistenza siano molto forti. In Canada e negli USA, ad esempio, queste società riescono ad esercitare pressioni talmente forti sui governi che la situazione rimane immutata, malgrado le molteplici denunce. 

È così in altri paesi d’oltremare, come pure in Europa. Insomma per molti governi l’assistenza sociale non è un investimento da anteporre a infrastrutture, trasporti o industria.

Divulgare la ‘care economy’…

Eppure, sviluppare un’economia dell’assistenza significa sviluppare una forma di “infrastruttura” sociale che ci permette di avere una popolazione che invecchia con dignità, in modo più sano ed attivo.

Dobbiamo arrivare ad abbattere quel luogo comune che vuole che l’assistenza sociale – dall’asilo nido alle case di riposo per anziani, dai lavori di cura all’assistenza ai disabili – non debba costituire un costo né tantomeno un dovere dello Stato. 

La crisi sanitaria ha anche approfondito le disuguaglianze nazionali e globali preesistenti tra classi sociali, tra generi e, in molti casi, razziali ed etniche. Ha evidenziato, nel settore della cura, un mondo del lavoro composto soprattutto di donne straniere provenienti dai paesi più disagiati, disposte ad accettare trattamenti e salari non dignitosi, a fronte di un’offerta di lavoro spesso poco qualificata (badanti e colf) o quando qualificata (settori sanità e istruzione) non riconosciuta come tale e malpagata. 

‘Care economy’ nel mondo

Il quadro generale evidenzia anche la mancanza di politiche migratorie nei vari Paesi, in alcuni dei quali (Canada, USA) i lavoratori domestici migranti non sono considerati dipendenti, pertanto non godono di alcuna garanzia riguardo occupazione, previdenza, salute e sicurezza.

Così come “strana” è la situazione in Gran Bretagna dove i lavoratori migranti sono soggetti ad avere un visto rilasciato dalle istituzioni diplomatiche che sono, spesso, i loro datori di lavoro. Ciò comporta che, in caso di mancato rispetto dei diritti dei lavoratori, i datori non sono perseguibili perché godono di immunità diplomatica. La chiamano “schiavitù moderna”.

Siamo in crisi, senza dubbio, ma prima ancora di impegnarci a superare le transizioni economiche, politiche, green e digitali di cui parliamo ormai da anni, dobbiamo riflettere sulle persone, sulle basi sociali su cui stiamo costruendo il cambiamento.

Permettere ai nostri anziani di invecchiare con dignità richiede leggi e investimenti pubblici, compreso mobilitazione di risorse che possono essere recuperate anche attraverso una vera lotta alla corruzione e all’evasione.

Nel pieno rispetto di quella nonna che, con lo zaino del nipotino su un braccio e la manina stretta nell’altra, seppur leggermente zoppicante continua a camminare, aiutando non solo la propria famiglia ma l’intera comunità.

La stiamo aspettando dall’altra parte della strada per darle tutto lo spazio e la visibilità che merita. Torneremo presto a parlare di lei.