Ven. Mar 1st, 2024
Homo naledi

Homo naledi, ricostruzione fatta dalla I.A. Dall-e di Bing

Una scoperta unica

Homo naledi. Se avete letto il mio articolo precedente, vi avevo preannunciato nelle conclusioni che la storia di chi c’era prima di noi si è arricchita recentemente di un nuovo tassello.

Nel 2013 la scoperta di una nuova specie, la naledi appunto, ha costretto gli antropologi a rivedere l’albero genealogico del genere Homo.

Vi ricordo brevemente che della Famiglia degli Hominidae fanno parte il Genere Pan, presente oggi con due specie: i troglodytes ovvero gli scimpanzè comuni e i bonobo ovvero lo scimpanzè nano, e l’unico altro Genere degli Homo, rappresentato oggi solo dalla specie sapiens, ovvero l’uomo moderno.

In questa immagine possiamo vedere uno dei possibili alberi genealogi che descrivono l’evoluzione delle specie che sono appartenute al genere Homo. Possiamo solo ipotizzare se il naledi si sia evoluto da un progenitore comune delle tre specie o sia il frutto di una evoluzione parallela del ramo sapiens, come indicano i punti interrogativi.

Il luogo del ritrovamento

La scoperta dell’uomo di naledi è stata fatta in un complesso di grotte chiamate Dinaledi Chamber, che a loro volta fanno parte di un più vasto complesso di caverne vicino a Johannesburg, Sud Africa, chiamate Rising Star Cave. Proprio dal ritrovamento in queste caverne chiamate “stella nascente”, che in lingua locale, il sesotho, si traduce con naledi appunto, ha suggerito il nome della specie.

Rispetto al sapiens, suo contemporaneo e con il quale condivideva il territorio, differisce per alcune caratteristiche fisiche: arcate sopraccigliari più prominenti, morfologia degli arti inferiori più simili agli scimpanzè mentre mani, morfologia del cranio, della mandibola e della dentatura più simili a quella degli altri Homo. Anche la grandezza del cervello, un terzo di quella umana, lo riconduce al progenitore comune: l’australopithecus.

Ad oggi è il ritrovamento di fossili più numeroso mai effettuato in un unico sito: ben 1500 ossa appartenute a a 737 individui, di cui l’equipe del Dottor Berger è riuscito a ricostruire ben 15 esemplari. La maggior parte di queste ossa sono state riportate alla luce da fosse scavate nella roccia, dove erano state seppellite.

Si, perchè ancor prima o contemporaneamente ai sapiens, i naledi erano riuniti in gruppi sociali che si prendevano cura dei vecchi e dei malati, seppellivano i loro morti, conoscevano il fuoco (la dentatura minuta suggerisce che mangiassero cibi cotti), usavano utensili ricavati dalle selci e scalfivano le pareti di roccia con segni non casuali.

Scomparvero anche loro, forse come i neanderthaliani per mano degli stessi sapiens quando la scarsità di risorse costrinse poi alla migrazione verso il nord? non lo sappiamo ovviamente.

E neache possiamo affermare che fossero l’anello di congiunzione perchè la datazione delle ossa colloca questa specie contemporanea dei neanderthal e dei sapiens.

Conclusione

Questo breve excursus sulla storia dell’uomo moderno si conclude qui, con più domande che risposte.

Il mistero della nostra origine, di chi ci fosse prima di noi, resta ancora ben lontano dall’essere risolto. Ad ogni scoperta che facciamo, si aggiungono nuovi tasselli e forse, un giorno, potremmo veramente ottenere la risposta alla nostra domanda. Ma per ora la scienza ufficiale non ci da la risposta definitiva.

Forse dovremmo cominciare a prendere in considerazione le affascinanti ipotesi suggerite dal ricercatore Zecheria Sitchin, difficili da digerire quanto da comprovare, e di cui vi parlerò nel prossimo articolo.

Per chi volesse approfondire l’argomento Homo naledi, suggerisco per chi è abbonato sulla piattaforma streaming Netflix il documentario: La grotta della scoperta. Potrete ascoltare dalla viva voce del Dottor Berger la loro storia e rimanerne affascinati

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