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Donne e lavoro, un connubio ancor più pesante quando ad aggiungersi è un ruolo da leader

Prima di parlare di donne e lavoro, analizziamo i numeri che danno sempre un quadro più realistico rispetto alle opinioni.

Nel 2022 le donne rappresentavano poco meno della metà di tutti i lavoratori dipendenti (48,3%) nei 27 Stati membri dell’Unione Europea. I paesi con la più alta percentuale di lavoratrici sono stati i Paesi baltici oltre a Portogallo, Francia, Finlandia e Slovacchia, tutti con una percentuale superiore al 50%. I paesi con la percentuale più bassa di dipendenti sono stati Romania, Malta, Grecia e Repubblica Ceca, tutti al di sotto del 47%. In Germania, la più grande economia dell’UE, il 48,0% dei lavoratori erano donne. L’Italia si posiziona tra i paesi con minor impiego di lavoro femminile con il 45,1%. Leggi anche ‘gender mainstreaming’.

Secondo il Global Gender Gap Report 2023, il nostro paese precipita al 79^posto su 146 analizzati, in termini più generali di parità di genere, peggiorando la propria posizione del 2022. In pole position troviamo sempre Finlandia, Francia e Portogallo, quest’ultimo paese però precipita se si considerano le donne in posizione di leader. Parlando di leadership femminile, l’Italia si risolleva un po’ con una percentuale di donne manager aumentata dell’8% nell’ultimo anno (21,4%) e raddoppiata negli ultimi quindici anni. I motivi sono, tra gli altri, la legge che richiede quote femminili nei cda delle aziende quotate in borsa, oltre al cambio generazionale che offre giovani donne sempre più preparate e disposte a sacrificare, all’altare del lavoro, la propria vita personale e familiare.

Ed ecco nella parola sacrificio il nocciolo della questione.

Le crescenti sfide sociali, il mai realizzato equilibrio vita privata e lavoro, l’atavica mancanza di servizi sociali, la disparità nella distribuzione delle responsabilità familiari stanno creando quel mix micidiale colpevole dello stress psico-fisico che colpisce la maggior parte di lavoratrici impegnate in posti apicali. Un recente rapporto Women OSC leaders for systemic change rileva che quasi il 50%di donne leaders presenta sintomi di un preoccupante logorio psico-fisico, detto burnout. Donne profondamente dedite con passione alla loro attività lavorativa, affrontano ogni giorno la sfida di rispondere alle esigenze di una società lavorativa malata. Molte aziende esprimono la propria misoginia con dinamiche di potere patriarcali, organizzazioni del lavoro ancorate a vecchi sistemi, che misurano capacità e produttività non attraverso i risultati ottenuti ma con la disponibilità oltre l’orario di lavoro.

La difficoltà a gestire richieste di produttività sempre più alte, discriminazioni nell’essere riconosciute “pari”, mancanza di sincere alleanze tra uomini-donne, assenza di politiche aziendali che affrontino i problemi di salute delle lavoratrici, (dal dolore mestruale alla menopausa al delicato periodo della maternità e genitorialità), stanno diventando una pentola a pressione pronta a esplodere. E costituiscono una vera ingiustizia sociale a cui le donne sono sottoposte quotidianamente.

Se come dice il Presidente di Manageritalia, Mario Mantovani,

“l’aumento delle donne manager nelle imprese italiane ed europee rappresenta un progresso culturale e sociale, un concreto segnale del superamento degli stereotipi che hanno limitato le opportunità delle donne nel mondo del lavoro e del management aziendale”

la strada da fare è solo una: reinventare la cultura del potere e della leadership, ripensare modalità di lavoro maggiormente inclusive e sostenibili. E prima di tutto, costruire una società che metta al centro i bisogni delle persone.

Riconoscendo, umilmente e onestamente, l’immenso lavoro non remunerato che le donne fanno all’interno delle famiglie conciliandolo, come possibile, con quello – spesso sottopagato – nelle aziende di lavoro.

Riconoscendo, umilmente e onestamente, il vero grande sacrificio di chi fa crescere la nostra società.