michela murgia

Michela Murgia: instancabile sostenitrice dei diritti civili.

Una donna all’avanguardia di fronte alla quale non si poteva rimanere indiffenti.

Quando muore una persona nota che in qualche modo è entrata nella nostra vita, attraverso le sue opere, i libri o anche delle canzoni, sappiamo che ne soffriremo la mancanza. Non a livello affettivo ovviamente ma a livello culturale, intellettuale. Pensiamo a John Lennon, a Mia Martini, a Whitney Houston, o a Gabriel Garcia Marquez, ad esempio, quante volte ci siamo trovati a rimpiangere di non poterli leggere ancora o ascoltarne un nuovo brano.

Con questo sentimento ispirato alla futura mancanza, il nostro pensiero va a Michela Murgia che un cancro si è portata via solo due giorni fa, a 51 anni.  Scrittrice sarda molto nota per i suoi libri, per il suo impegno politico, attivista instancabile per i diritti delle donne, dei gay, delle persone queer e di tutti gli esclusi dai diritti civili, a causa di leggi inadeguate e convenzioni che affliggono ancora la nostra società.

Sorprendeva in lei la caparbietà, la lucidità e la consapevolezza con cui sosteneva le sue battaglie per un nuovo modello di nucleo familiare; con una razionalità che affascinava, anche quando non condividevi le sue idee. Così come è stata la prima a parlare di femminismo intersezionale, fondamentale nel contrasto alle discriminazioni di ogni tipo e fondante la lotta per i diritti civili di ogni minoranza. Una donna all’avanguardia di fronte alla quale non potevi rimanere indifferente.

Michela Murgia aveva annunciato la sua morte

La scrittrice aveva preannunciato la sua morte pubblicamente, quando ormai la malattia aveva vinto: “posso sopportare tanto dolore, ma non di non essere presente a me stessa”.  Lo ha fatto sorridendo, in modo schietto e senza pathos, con “cristiana accettazione”, visto che in lei la fede cristiana si sposava, senza scandalo né contraddizione, al suo concetto di amore e famiglia, accogliente senza distinzioni di sesso e vincoli di sangue.  

Michela Murgia aveva affrontato temi sensibili come la dignità nella morte e l’eutanasia, nel bellissimo libro Accabadora, che le valse il premio campiello 2010.  Con la sua scrittura, asciutta, rigorosa ma poetica, nel suo best seller fu capace di affrontare, anticipando tutti i dibattiti scottanti degli ultimi tempi, temi sensibili come il “fine vita” e la povertà degli esclusi dalla società. Accostò la difficoltà di morire dignitosamente a quella delle donne sole, vedove o ragazze madri, in una Sardegna della prima metà del secolo scorso, che, per sopravvivere alla povertà, si prestavano a “terminare”, diventando “coloro che finiscono”. Accabadora appunto, tanto “le colpe, come le persone, iniziano ad esistere se qualcuno se ne accorge”.

Il libro anticipava anche il coraggioso concetto di famiglia che ha ispirato Michela Murgia nella vita reale. Una famiglia creata solo dall’amore e non dai vincoli di sangue, dalle convenzioni e dalle leggi. Quella famiglia che genera i fillus de anima, come racconta in Accabadora, “quei bambini nati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra.”

La sua famiglia queer

I figli dell’anima che avevano arricchito la sua famiglia queer. Ne aveva quattro. Lo scorso luglio, la scrittrice ha anche voluto sposarsi, in articulo mortis, con il suo compagno: “Se avessimo avuto un altro modo per garantirci i diritti a vicenda non saremmo mai ricorsi a uno strumento così patriarcale e limitato, che ci costringe a ridurre alla rappresentazione della coppia un’esperienza molto più ricca e forte, dove il numero 2 è il contrario di quello che siamo. E se potessi lasciare un’eredità simbolica, vorrei fosse questa: un altro modello di relazione, uno in più per chi nella vita ha dovuto combattere sentendosi sempre qualcosa in meno”.

Michela Murgia, Italian writer, Mantova, Italy, September 2012. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images)